Le quattro stagioni
Il campanile fra le stagioniQuando la neve comincia a ritirarsi dai pendii, Cavedago si risveglia in un silenzio umido e luminoso. I prati, per mesi bianchi e uniformi, si coprono di un verde tenue che pare tremare al primo sole, punteggiato dai fiori di croco e poi di narciso. Nei boschi di faggio e abete scorrono rivoli frementi, e l’aria si riempie del profumo di terra smossa e di resina. I masi sparsi sulle colline mostrano i tetti ancora scuri di pioggia, mentre nelle malghe, non lontano dal paese, si risvegliano i primi movimenti di stagione: cancelli che cigolano, campanacci che scandiscono un ritmo nuovo. La primavera qui è breve ma intensa, fatta di mattine fresche e pomeriggi che improvvisamente si fanno caldi, con l'orizzonte ancora incorniciato dalle cime delle Dolomiti di Brenta.
Con l'estate, l'altopiano assume i toni pieni e maturi di una montagna vissuta. I prati da falciare si fanno alti e mossi dal vento, punteggiati di fiori gialli e violacei; il bosco diventa una macchia scura e fresca, attraversata da sentieri che odorano di muschio e di sottobosco. L'aria è limpida, e la vista spazia dalle malghe fino alle pareti rocciose del Brenta, che al tramonto si accendono di rosa e di arancio. Nei campi attorno a Cavedago il lavoro è scandito dal sole: chi falcia, chi sistema i fienili, chi conduce il bestiame ai pascoli alti. Le giornate sono lunghe, e la sera scende lenta, portando con sé il fresco che sale dalla valle e un silenzio rotto soltanto dal canto degli uccelli e dal fruscio delle fronde.
Quando settembre lascia il posto a ottobre, il paesaggio si accende di colori profondi: i boschi di larice diventano oro, i faggi si coprono di rame e i sottoboschi si vestono di felci arrugginite. Le nebbie mattutine salgono dai declivi, avvolgono i masi e i sentieri, poi si dissolvono in un sole basso e radente che allunga le ombre. È il tempo dei funghi, della raccolta delle mele e delle ultime passeggiate prima del freddo. L'aria si fa secca e pungente, il vento muove le foglie secche lungo le strade di campagna, e le malghe si chiudono una dopo l'altra. Il paesaggio si spoglia con lentezza, lasciando vedere la sagoma nuda degli alberi e la geometria dei campi, in attesa che l'inverno riscriva ogni cosa di bianco.
L'inverno a Cavedago è fatto di silenzio e di luce ferma. La neve cade copiosa, appoggiandosi sui tetti dei masi, sui rami degli abeti e sulle recinzioni dei pascoli, trasformando l'altopiano in un grande spazio ovattato. Il paese appare raccolto, quasi immobile, con il fumo dei camini che sale dritto nell'aria gelida. Nei boschi, il passo scricchiola sulla neve ghiacciata e il silenzio è rotto solo dal cadere di un ramo carico. Quando il cielo è sereno, il sole invernale illumina le cime innevate delle Dolomiti con una nitidezza straordinaria, e l'aria fredda rende ogni colore più netto: l'azzurro profondo del cielo, il bianco accecante dei prati, il verde scuro dei pini. La vita si rinserra attorno alle case, ma il paesaggio, nella sua immobilità, possiede una bellezza severa e pacata che accompagna i mesi lunghi fino al nuovo risveglio.